ESORTAZIONE DEL PAPA

Querida Amazonia : I sogni di Papa Francesco per un mondo più giusto

Francesca Graziano

La nuova Esortazione Apostolica con cui Papa Francesco risponde al Documento finale del Sinodo sull’Amazzonia, (tenuto in Vaticano lo scorso ottobre), ha l’andamento di una lunga Lettera illuminata dalla voce di poeti e scrittori latino-americani, che alle sue fitte foreste, ai suoi fiumi maestosi ed ai popoli che con infinito amore li custodiscono hanno dedicato alcuni fra i loro versi più belli, fra questi Ana Varela Tafur, Jorge Vega Marquez, Jana Lucila Lema, Javier Yglesias, Pablo Neruda, Juan Carlos Galeano, Pedro Casaldaliga, quasi che la poesia con la sua ellittica potenza sia la forma più giusta per dare senso e forza alle sue parole. “L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero”: inizia così l’Esortazione nella quale il Papa condivide le sue preoccupazioni e i suoi   sogni per un luogo la cui sorte deve preoccupare tutti perché questa terra è anche “nostra”. In 41 pagine scandite in 111 paragrafi Papa Francesco propone una via che offra soluzioni concrete ai problemi di un’Amazzonia che diviene una totalità e un luogo teologico ed obbliga la Chiesa a non dimenticarsi di come essere tale e non solo in  quelle terre. Il Pontefice formula “quattro grandi sogni”: “Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste. Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici.” Apre il primo capitolo il sogno di una vita sociale oltre l’ingiustizia ed i crimini. “Molti sono gli alberi/ dove abitò la tortura/ e vasti i boschi/ comprati tra mille uccisioni”. Cita una poesia di Ana Valera Tafur per mostrare come gli interessi colonizzatori di ieri e di oggi abbiano distrutto l’ambiente “legalmente e illegalmente” scacciando e assediando i popoli indigeni, provocando “una protesta che grida al cielo”. E che continuano a farlo senza riconoscere o ignorando i loro diritti “come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro”, mentre proprio “la loro parola, le loro speranze, i loro timori dovrebbero essere la voce più potente in qualsiasi tavolo di dialogo”. Le operazioni economiche, nazionali e internazionali, che “non rispettano il diritto dei popoli originari al territorio e alla sua demarcazione, all’autodeterminazione e al previo consenso”, che alimentano devastazione, uccisioni, corruzione meritano il nome di “ingiustizia e crimine”. Per questi «atroci crimini» bisogna “indignarsi e chiedere perdono”, “come si indignava Gesù davanti all’ingiustizia”. Perché “non è sano che ci abituiamo al male e permettere che ci anestetizzino la coscienza sociale, mentre una scia di distruzione e morte mette in pericolo la vita di milioni di persone”. E afferma come invece sia “sempre possibile superare le diverse mentalità coloniali per costruire reti di solidarietà e di sviluppo”, anche perché esistono alternative di sviluppo che non comportano la distruzione dell’ambiente e delle culture. Segue nel secondo capitolo il sogno culturale, dove il Papa mette subito in chiaro che promuovere l’Amazzonia non significa “colonizzarla culturalmente” anzi bisogna combattere “la colonizzazione postmoderna” custodendone le radici. Cita la  Laudato si’ e Christus vivit, per sottolineare come la “visione consumistica dell’essere umano” tende a “rendere omogenee le culture” e questo impatta soprattutto sui giovani. A loro, il Papa chiede di “farsi carico delle radici”, di “recuperare la memoria ferita”. Si sofferma quindi sull’incontro interculturale perché anche le “culture apparentemente più evolute” possono apprendere da popoli che hanno sviluppato “un tesoro culturale stando legate alla natura”. La diversità non sia una frontiera, ma un ponte.. Nel terzo capitolo si precisa il sogno ecologico sottolineando la stretta relazione  fra uomini e natura. Il curarsi dei nostri fratelli come il Signore si cura di noi “è la prima ecologia di cui abbiamo bisogno”. Cura dell’ambiente e cura dei poveri sono inseparabili. Francesco rivolge l’attenzione al “sogno fatto di acqua”, citando Pablo Neruda e altri poeti che hanno celebrato la forza e la bellezza del Rio delle Amazzoni “con le loro poesie”, scrive, “ci aiutano a liberarci dal paradigma tecnocratico e consumista che soffoca la natura”. Le vie dell’inculturazione in questi luoghi devono avere una dimensione sociale e spirituale in quanto “ i punti di partenza per una santità amazzonica non devono copiare modelli da altri luoghi, ad esempio “è possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico”. Un passaggio significativo è dedicato all’inculturazione della liturgia: richiamandosi al Concilio Vaticano II che aveva già richiesto uno sforzo di “inculturazione della liturgia nei popoli indigeni”, la Chiesa, dice, deve dare una risposta “specifica e coraggiosa”. Come “assicurare il ministero sacerdotale” nelle zone più remote? il Papa sceglie di non aprire spiragli a un cambiamento di regole sul celibato dei preti non rispondendo alla richiesta di ordinare sacerdoti i diaconi sposati, viri probati, contenuta nel documento finale del Sinodo, ma esorta tutti i vescovi, specie latinoamericani, “a essere più generosi”, orientando quanti “mostrano una vocazione missionaria” a scegliere l’Amazzonia, invitandoli a rivedere la formazione dei presbiteri. Richiamando ad un maggiore protagonismo dei laici e delle donne in particolare che di fatto svolgono un ruolo centrale in tali comunità e “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro”, Papa Francesco  ribadisce che questi servizi “comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo” affinché le donne abbiano “un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità”. Il Documento termina con una personale, accorata orazione alla Vergine sotto il cui manto protettore pone l’amata Amazzonia, sintesi e paradigma di un umanità che deve sempre più tenere presenti le connessioni esistenti tra l’ecologia naturale, il rispetto della natura e l’ecologia umana. “Madre, guarda i poveri/dell’Amazzonia,/perché la loro casa viene distrutta/per interessi meschini. Quanto dolore e quanta miseria,/quanto abbandono e quanta prepotenza/in questa terra benedetta,/traboccante di vita!/Tocca la sensibilità dei potenti/perché, se anche sentiamo che è già tardi,/tu ci chiami a salvare/ciò che ancora vive.