Il “carrozzone” squallido mercimonio dell’arte di oggi

Il Carrozzone, squallido mercimonio dell'arte odierna

L’idea dell’arte come coesione sociale che nella nostra città manca Sta a noi artisti ridisegnare la vita dei quartieri

di Maria Trasmondi, esperta d’arte

Non è dignitoso versare la quota, per appendere la propria creazione alla parete davanti la quale ci saranno, poi, solo tuoi colleghi espositori e i rispettivi pochi parenti compiacenti.
Non è dignitoso, ma questo è .
È la storia di questi tempi e non è dignitoso.
E’ “il carrozzone”.
In tanti hanno veramente l’arte nel sangue, ma non hanno alcuna possibilità di ampliare e diffondere il loro messaggio!
Achille Bonito Oliva, Storico e Critico d’arte, che fonda ‘la transvanguardia’ per sette dei suoi cavalli di battaglia, lo si trova in pochi.
Ne ho visti nei miei 75 anni di artisti che avrebbero molto da dire rispetto la nota Transavanguardia.
Ne ho incontrati parecchi sul “carrozzone raccogli denaro”.
Il sogno? Alimentare nuovi modelli.
E’ utopia?
Forse, ma siamo comunque tutti responsabili se almeno non tentiamo.
Sta a noi artisti contrastare il mercimonio dei sogni!
Combattere per un’arte pura, emozionale, istintiva, fatta solo ed esclusivamente per amore dell’arte; un sogno che ogni artista ha inseguito nei tempi e che si può e si deve raggiungere.
Poiché, se le cose non vanno, ci s’impegna a cambiarle!
I sogni e gli ideali sono più grandi delle strettoie dell’egoismo e con il tempo hanno sempre prevalso e guidato la storia universale degli uomini.
L’idea dell’arte come coesione sociale: una coesione sociale che nella nostra città manca e che, nostro malgrado, si manifesta in maniera evidente solo in occasione della manifestazione politica o dell’evento sportivo.
La possibilità di offrire l’arte nei quartieri, nella naturalezza del quotidiano, senza chiedere altro se non il suscitare una partecipazione al bene comune: un’azione di coesione sociale che si generi dall’arte e in cui ogni cittadino si senta protagonista.
L’Arte come mezzo attraverso il quale ridisegnare la vita dei quartieri ed i rapporti sociali, come strumento per valorizzare infrastrutture e ridare vita a strutture abbandonate, svelando angoli dimenticati o confinati.
L’Arte come un ponte che possa portare la periferia nel centro città e il centro città nella periferia.
Si può fare.
Coinvolgere tutta la città in un progetto d’arte, equivale a quello che i nostri Grandi precursori del novecento pensarono in piccolo in via Margutta, portando le loro creazioni, le loro opere, su strada.
Guttuso, Manzù, Giovanni Omiccioli, Felice Casorati e tanti altri: grandi artisti che la scrivente ha avuto l’onore di incontrare come insegnanti o anche in via Margutta (compresa la Novella Parigini che intraprese un vivace scambio sull’arte con me che all’epoca ero una liceale appena diciottenne, saccente e contestatrice ) e che misero in atto il loro sogno di portare su strada, alla fruizione del passante, ciò che era nei loro studi.
Non è forse questa la forma più genuina di arte? L’arte che si mette in gioco.
Dove sono finiti ora gli artisti di quel calibro? Quelli a cui bastava una sedia ed un chiodo affisso alla parete per far respirare il ‘Profumo d’Arte’, per creare fermento e tutte le vivaci discussioni di cui noi studenti, assetati di vedere e di sapere, ci nutrivamo ingordamente?
Io credo che ci siano ancora, ma che siano inglobati in un sistema che cerca e vede solo il bilancino del denaro.
Via Margutta era una galleria a cielo aperto, nacque come un’anteprima su quanto accadeva negli studi e botteghe degli artisti del novecento: Giovanni Omiccioli e pochi altri la inaugurarono intorno al 1953 e poi dagli anni ’70 si formò l’Associazione dei Cento Pittori, con calibri di grande rilievo tra cui Alberto Vespaziani ( carismatico presidente), il grande Franco Fragale, il de Magistris e tanti altri.
A loro passò il testimone, si diedero un Regolamento e uno Statuto.
Dal 1970 però sono trascorsi ben cinquanta anni, molti di quei calibri sono deceduti e da qualche anno il carrozzone passa anche di lì.
“Il coraggio di vivere quello ancora non c’è..” dice una canzone di Battisti….
Il coraggio di vivere l’arte, sarebbe, ed è, il non piegarsi a cercare la vendita a tutti i costi.
A Margutta non si dovrebbe mercificare portando quadrucci che strizzino l’occhio al portafogli, dipingendo appositamente per l’occasione opere create ad hoc per essere facilmente vendute. Opere ruffiane, che starebbero bene sul mobile Ikea o sul mobile in soggiorno! No, questo non è lo spirito che la manifestazione professava!
Non si diventa Artisti perché si paga uno spazio in un luogo.
Si è artisti se ci si entusiasma per ciò che si sente.
Si è artisti se si sente un bisogno dentro, un bisogno quasi doloroso, di esternare, di graffiare su una tela l’emozione che si ha nel cuore e che poi la ragione e la tecnica ci permettono di trasferire alla visibilità altrui.
L’arte può nascere ovunque: sopra una tela, su un cartone, su una parete o su un marciapiede, dalla ragione e dall’emozione, attraverso i mezzi più inconsueti e svariati.
Gli Italiani sono un popolo di navigatori e soprattutto di artisti.
L’arte deve essere promossa e sostenuta con la riqualificazione di spazi abbandonati e dismessi, da riconsegnare, poi, in seguito, alla collettività.
L’ idea dell’arte come strumento che attraversa realtà degradate per creare nuovi impulsi e rispondere alle esigenze emotive della gente.
L’importanza dell’arte quale mezzo per ridisegnare la vita dei quartieri.
Un esempio per tutti, Tor Marancia.
Tor Marancia la chiamavano Shanghai: il quartiere era noto per l’alto tasso di criminalità e di spaccio.
A Tor Marancia vivono circa ventimila persone e i due terzi delle case della zona sono di proprietà dell’Ater, l’ente regionale per le case popolari.
Alla Shangai romana e alle sue storie si sono ispirati gli artisti che negli ultimi anni hanno partecipato al progetto promosso dall’associazione culturale 999 contemporary e finanziato dal comune di Roma e dalla fondazione Roma: 21 murales alti 14 metri dipinti sulle facciate delle case popolari del lotto uno di Tor Marancia. Il progetto di riqualificazione di Tor Marancia è costato complessivamente 166mila euro: 45mila sono arrivati dalla fondazione Roma, mentre l’amministrazione comunale ne ha spesi altri trentamila. Il resto dei soldi l’ha messo l’associazione 999 contemporary.
Uno straordinario museo a cielo aperto dove l’arte complementare cammina di pari passo a quella classica.
Quanti luoghi potrebbero beneficiare di una valorizzazione artistica?
Metropolitane, stazioni, strade e gallerie, sedi istituzionali, uffici comunali e tanto altro. Sulla strada indicata da Tor Marancia, si potrebbe forse stoppare “il carrozzone” e creare un generoso fermento artistico.
Per amor di Roma.

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