Quelli degli anni venti

Quelli degli anni venti

di Patrizio de Magistris

Come saremo ricordati noi, che dell’arte ne facciamo un motivo di esistenza, fra cinquanta o cento anni?
Non reputo sia cosa facile parlare o scrivere di arte, quindi vi risparmierò lunghi e noiosi voli pindarici e cercherò di arrivare subito al punto.
Secondo me, di “arti contemporanee” ce ne sono fin troppe.
Badate, non è un refuso. Ho usato il termine al plurale volutamente. Credo che esistano, purtroppo, molti punti di vista, provenienti da fonti diverse e che in qualche modo cerchino di categorizzare le espressioni artistiche attuali nei modi più disparati.
Le fonti istituzionali, come gli assessorati, il pubblico in genere o i musei, le fonti commerciali, come le gallerie, i mercanti d’arte ed anche i collezionisti, e le fonti professionali, gli artisti insomma.
Per le istituzioni, di solito, sembra non esista produzione artistica di valore apprezzabile successiva agli anni settanta, ottanta. Le strutture pubbliche tendono a promuovere quasi esclusivamente artisti consolidati dalla critica internazionale già da molti anni. Non è un caso che la stragrande maggioranza delle mostre fatte con tanta spesa di denaro pubblico siano dedicate a retrospettive di artisti “storicizzati” morti ormai da decenni, come se non ci fossero più artisti di valore “viventi”.
Le fonti commerciali invece, puntano solo al tornaconto economico. Promuovono artisti con opere che possono essere facilmente vendute nel momento storico contemporaneo, spesso anche convincendoli a modificarle per seguire meglio le tendenze espressive dettate dalle mode. Sono poche le gallerie d’arte serie che riescono a riconoscere artisti validi e a dar loro spazio per promuoverli ed anche supportarli.
Gli artisti veri, quelli cioè che fanno dell’espressione artistica una loro ragione di vita, sono in realtà, quelli che meno influiscono sull’immaginario collettivo. Non hanno forti ed influenti mezzi di comunicazione. Possono solo produrre opere, studiare e sperimentare in continuazione, confrontandosi con altri artisti, spesso unendosi in associazioni o movimenti. Però sono loro che hanno qualcosa da dire al mondo. Presente e futuro. E cercano di mostrarlo quando possono.
Vogliono uscire da quella zona d’ombra che viene spesso confusa con quell’atmosfera “bohémien” riprodotta in qualche film del passato ed anche in un paio di famose canzoni. Sempre richiamata dalla comunicazione, peraltro, in occasione di descrizioni accurate riguardanti “artisti” e ambienti “artistici” contemporanei.
Quando “l’operaio di Voghera” (tanto per fare una citazione colta…) sente il vocabolo “artista”, immagina subito qualcuno perso tra i fumi dell’alcool, rimbambito dal consumo di droghe leggere, circondato da donnine di facili costumi, sprofondato in un ambiente disordinatissimo e sporco di colore.
Io, che ho la presunzione di chiamarmi “artista”, non mi riconosco assolutamente in tutto questo. Anzi, conosco tantissimi artisti che la pensano esattamente come me.
L’artista contemporaneo, come credo sia stato così da sempre, ad iniziare dalle pitture rupestri, cerca di riprodurre la realtà in cui vive, i colori, i suoni, gli atteggiamenti e le atmosfere, aggiungendo nell’interpretazione quel tocco personale che la collega ai suoi sentimenti.
L’opera d’arte è una cosa che nasce dall’anima dell’artista, dal cuore, dal cervello, passa per un braccio, va su un pennello e cade su una tela bianca. Ma potrebbe scivolare su un pezzo di ottone e creare un assolo di sax o cadere su un foglio di carta e dar vita a dieci versi in rima baciata. Se un passante legge i versi, ascolta l’assolo o guarda il quadro e prova le medesime emozioni che ha provato l’artista mentre produceva l’opera, si chiude il cerchio e l’artista è soddisfatto. È riuscito a comunicare con il mondo. Presente e futuro.
Il vero artista passa tutta la sua vita a cercare di affinare il proprio modo di comunicare.
Rendersi riconoscibile.
Tornando alla domanda presente nel titolo e facendo delle considerazioni del tutto personali, io spero che saremo ricordati per quello che abbiamo tentato di dire al mondo, non per il modo che abbiamo utilizzato per farlo. Quindi bando alle scuole, ai gruppi e ai movimenti, creati solo attorno alle tecniche usate. Un bravo artista riesce a dare emozioni indipendentemente dal fatto che usi colori ad olio, acrilici, digital art o semplice carboncino. Questa è solo quella che chiamerei “fase artigianale” della creazione artistica. Di sicuro la parte più complessa, difficile e che ha bisogno di tanto tempo e applicazione per essere acquisita. C’è solo da studiare e sperimentare. Tanto. È la fase che si può imparare nei corsi, nelle scuole, negli istituti o semplicemente frequentando assiduamente gli studi di altri artisti.
Non guasterebbe anche la lettura attenta di libri d’arte, biografie, cataloghi, monografie, ma anche articoli di riviste specializzate.
Copiare le grandi opere per imparare i trucchi comunicativi dei maestri che hanno già tanto dato al mondo, ma solo per farli propri, elaborarli e proiettarli verso gli artisti futuri.
L’importante è mettere tutti i sentimenti, ma anche le emozioni, all’interno delle opere d’arte che si propongono al mondo. Essere sinceri e trasparenti senza lasciarsi coinvolgere gratuitamente dalle mode.
Solo così avremo la possibilità di essere ricordati, noi degli “anni venti”.