Il mio viaggio nell’arte olandese

Il mio viaggio nell’arte olandese

di Angiolina Barone

Quando, ai primi di dicembre di una ventina di anni fa, incaricarono mio marito di rappresentare l’Italia ad un convegno sulle accise a livello europeo, che si sarebbe tenuto all’Aia, e che avrebbe potuto condurre con se la moglie, io pensai subito al Natale prossimo e al magnifico apparato che per l’occasione riescono ad allestire nei paesi nordici e che non avevo ancora avuto l’occasione di vedere. Mio marito che, più che un dirigente statale sentiva di essere un pittore ed un artista, invece pensò subito a Van Gogh e al museo delle sue maggiori opere nella vicina Amsterdam. Inoltre entrambi sapevamo che nella Mauritshuis Gallery si potevano ammirare molte opere di Rembrandt compresa la famosa ” Lezione di anatomia.”
I biglietti dell’aereo che ci consegnarono in aeroporto erano corredati da un depliant di invito ad una grande mostra antologica di Piet Mondrian che si sarebbe aperta all’Aia una decina di giorni dopo, proprio il giorno fissato per il nostro ritorno e ci rammaricammo di non fare in tempo ad ammirarla. Il convegno si teneva in un grande albergo posto in una situazione strategica, dalla quale erano raggiungibili, a piedi oppure con poche fermate di bus, il centro della città e parecchi musei. E così io ogni mattina, mentre mio marito era impegnato nel convegno, me ne andavo a zonzo per piazze e strade adorne di festoni verdi, alberi di Natale giganteschi, luci fantasmagoriche, vetrine lussuose, affascinanti bancarelle di legno e fogliame fresco colme di oggetti natalizi .
Visto che tirava sempre un vento gelido, mi rifugiavo poi in uno dei tanti ricchi musei della città dove restavo per ore a scoprire le opere dei grandi artisti del passato e del presente. Tornata in albergo aspettavo che mio marito fosse libero dai suoi impegni, gli segnalavo le cose che mi avevano maggiormente colpito durante la mattinata e tornavo con lui a rivederle, dato che gli orari d’ingresso dei musei si protraevano fino al tardo pomeriggio.
Proprio al centro della città, non lontano dalla sede della famiglia reale olandese, mi apparve durante una di queste scorribande, quel suggestivo elegante palazzo affacciato sul mare che è la Royal Picture Gallery Mauritshuis, che una volta aveva la funzione di residenza per ospiti illustri e che ora funge da magnifico scrigno per i preziosi tesori d’arte in essa contenuti. Questo bellissimo museo, che non offre grandi saloni di esposizione, è strutturato come un palazzo residenziale, con grandi scalee di marmo policromo, eleganti vasi anch’essi in marmo contenenti trionfi di fiori freschi ma disposti come nei dipinti fiamminghi, stanze dai colori pastello e dai soffitti alti a cassettoni ricche di ori e di stucchi. Sulle pareti di queste stanze, che trasmettono un’impressione di intimità, i quadri spiccano non come messi lì per essere osservati da visitatori a volte distratti, ma come pezzi disposti con cura e amore da padroni di casa dal gusto squisito, che offrono ai loro ospiti il privilegio di ammirarli. In una di queste stanze, forse un po’ meno ricca delle altre, tappezzata da un damasco di seta sul grigio, che a prima vista sembrava vuota, notai sulla parete di fronte, non lontano dalla finestra, un piccolo dipinto, solo uno, davanti al quale era disposta una panca di noce scura, con lo schienale alto rivolto verso la porta.
Mi avvicinai e feci un balzo: avevo davanti “La ragazza con turbante e orecchino di perle” di Vermeer! Non me l’aspettavo…non sapevo che fra tutti quei prestigiosi quadri del 16° e 17° secolo ci fosse anche quel dipinto del maestro di Delft, che mio marito adorava . Avevo, come facevo di solito, comprato entrando nel museo la guida in italiano, ma non avevo avuto il tempo, l’agio di guardarmela… Emozionata e commossa, non mi sentii in grado di continuare la visita, uscii dal museo, mangiai un qualcosa in un bar e tornai in albergo: non vedevo l’ora di incontrare mio marito per dargli la bella notizia.
Lui da sempre era stato attratto, rapito da quel grande artista dalla tecnica caravaggesca per mille validi motivi , ma soprattutto perché, da pittore impegnato in quegli effetti di luce che illuminavano i suoi dipinti, era in estatica ammirazione per il modo in cui Vermeer in tutte le sue opere, sia raffigurasse l’acqua della sua città, sia mettesse in rilievo nei suoi eleganti interni gioielli, merletti, tappeti, libri, riusciva sempre a far diventare protagonista assoluta della sua opera la LUCE. La luce chiara dolce soffusa ma intensa che illumina la veduta di Delft o entra dalla finestra a rischiarare la scena riprodotta, la mitica luce olandese, che pare che dopo l’intensa opera di bonifica abbia perso il riflesso verso l’alto dei laghi e delle paludi. Quindi godibile ormai solo nei dipinti dei grandi maestri del passato.
Un po’ a tutto questo pensavo e a come sarebbe stato contento mio marito di potere vedere di persona alcuni dipinti del suo maestro preferito, del Maestro della luce, come appunto viene denominato Vermeer, mentre Burger lo chiamava “la sfinge di Delft” per il mistero che a lungo ha circondato la sua figura e la sua vita. Perché intanto, seduta sul bus che mi riportava dal museo al nostro hotel, avevo sfogliato la guida e mi ero resa conto che il quadro nel quale mi ero imbattuta quella mattina, che all’epoca non aveva la notorietà di cui gode adesso, ma che comunque era il più conosciuto ed apprezzato di Vermeer , specie dagli addetti ai lavori, non era l’unica sua opera che si poteva ammirare alla Mauritshuis.
Intanto c’era “Veduta di Delft”, uno dei due paesaggi di Vermeer che ci sono pervenuti, l’altro, “Stradina di Deft” è esposta ad Amsterdam, e che mio marito mi aveva fatto conoscere e apprezzare perché lui pensava che un pittore poteva essere considerato veramente grande solo se dimostrava di essere in grado di rendere efficacemente tutto quello che rappresentava, indipendentemente dal soggetto prescelto o dalla tecnica usata . E Vermeer infatti, eccelso nel rappresentare scene d’interni e figure femminili, anche in quei due paesaggi si dimostra grande , soffondendoli della stessa mitica luce. E poi anche “Diana e le Ninfe”, un’opera del primo periodo del maestro, ispirata alla pittura di storia, che pur non rappresentando il massimo della sua evoluzione tecnica e artistica, è riconoscibile per i riflessi dei colori e i giochi di luce, che anticipano gli effetti magici dei suoi dipinti più noti.
Quando poco dopo incontrai mio marito, non volli però anticipargli niente, tranne che alla Mauritshuis Gallery c’era tanto da vedere e lo condussi al museo, su per le scalinate marmoree, lungo i corridoi, fino a quella stanza tappezzata di damasco grigio, sul quale spiccava quell’unico piccolo dipinto. Lui non disse niente, si sedette sulla panca posta di fronte al quadro e, con il viso turbato da profonda emozione, mi fece cenno di allontanarmi. Capii che chiedeva l’agio di restare solo e gli dissi che ci saremmo visti un’ora dopo. Rimase lì con le mani sulla panca, il dorso proteso in avanti e il viso attento e affascinato.
Andai per lungo tempo su e giù per stanze e corridoi, per scale e anticamere, ammirai tutto quello che non ero riuscita a vedere la mattina e poi, dato uno sguardo all’orologio, mi resi conto che erano trascorsi più di trenta minuti oltre l’ora dell’appuntamento con mio marito. “ Come e dove lo trovo adesso?” mi chiesi e già pensavo di rivolgermi in portineria per un annuncio: allora non c’erano i cellulari… Mi affrettai a raggiungere il corridoio su cui si apriva la porta della stanza di damasco grigio, ma non lo vidi ancora.
Lo ritrovai lì dove l’avevo lasciato, con sul viso la stessa espressione attenta e affascinata, le mani sulla panca e il dorso proteso in avanti… Quando mi vide, battè le palpebre come se si fosse svegliato da un sonno profondo, anzi da un bel sogno e, come se per quel giorno il suo animo avesse fatto il pieno di bellezza e non fosse più in grado di apprezzare altro, ce ne tornammo in albergo con una intensa sensazione di appagamento e di serenità. In seguito tornammo alla Mauritshuis Gallery per ammirare insieme gli altri quadri di Vermeer, i capolavori di Rembrandt e gli altri bellissimi esemplari dell’arte olandese.
Il giorno dopo era domenica e mio marito era libero da impegni, così noi due, con altri quattro congressisti, di buonora prendemmo il treno e ci recammo ad Amsterdam, di cui ricordo in particolare il freddo pungente, che visitammo sommariamente per avere il tempo di soffermarci nel museo Van Gogh. E’ un edificio moderno e razionale di vari piani, che ha il pregio di presentare i quadri del grande pittore in ordine cronologico: ogni dipinto corredato dalla sua didascalia che spiega il luogo e la data in cui è stato eseguito. Questo metodo consente non solo di ammirare il singolo dipinto, ma anche di seguire e capire l’evoluzione artistica dell’autore e gli stati d’animo che i vari luoghi d’esecuzione hanno ispirato. Nel caso di Van Gogh poi, si notava chiaramente attraverso i suoi dipinti, il progredire dei suoi disturbi psichici, le pause della malattia che suggerivano colori più dolci e tematiche più serene, i momenti di crisi caratterizzati da colori violenti e pennellate contorte, grondanti dolore e disperazione. Nessun pittore riesce come lui a comunicare il proprio stato d’animo, a farne partecipe l’osservatore. Uscimmo dal museo scossi e commossi col cuore colmo del pathos che ci era stato trasmesso e gli occhi pieni dei colori ardenti, appassionati del genio di Zundert, al punto che entrambi non avvertimmo più alcuna sensazione di freddo.
Voglio solo aggiungere che il giorno prima della nostra partenza dall’Aia, io al mattino volli visitare il Museo di Storia Naturale che era raggiungibile a piedi: molto interessante e animato da scolaresche vocianti. Vi rimasi due ore e poi, al momento dell’uscita, per errore imboccai un corridoio lungo e in penombra. Stavo per tornare indietro quando mi resi conto che quel corridoio portava in un’altra struttura, un altro museo. Era quello in cui stavano allestendo la grande mostra che sarebbe stata inaugurata il giorno dopo. C’era qualche operaio che sistemava poltrone e sedie, chi portava via grosse casse di legno, un paio di donne che spazzavano il pavimento, ma sui muri erano appesi i quadri di Piet Mondrian, tutti. E così inaspettatamente e in anteprima assoluta potei guardarmi tranquillamente quella ricca mostra del padre dell’astrattismo geometrico, le sue “Composizioni” in rosso, blu e giallo e alcune delle sue opere figurative, come “L’albero grigio” e “L’albero rosso”, col solo rimpianto di non poter condividere con mio marito quella straordinaria esperienza.
Il giorno dopo partimmo per Roma, contenti di tornare alla nostra casa e ai nostri affetti e grati per quei doni ricevuti, che avevano arricchito il nostro intelletto e il nostro cuore: alle nostre figlie e ai nostri amici non portavamo dall’Aia solo deliziosi oggettini natalizi, ma soprattutto i racconti delle opere d’arte che avevamo avuto la fortuna di vedere da vicino e delle indimenticabili esperienze vissute.