Editoriale

L’originalità

di Francesca Romana Fragale

L’originalità, requisito imprescindibile di ogni forma d’arte, assurge secondo taluni a ‘condicio sine qua non’ del conferimento dell’epiteto di artistico.
Ma che si intende esattamente per ‘originale’?
Si legge nel vocabolario Treccani: qualità, pregio di ciò che è originale; nel Vocabolario del Corriere della Sera: ciò che è autentico, non contraffatto.
Suoi contrari sono: pedissequo, pedestre, oleografico, stereotipato, banale. I più comuni sinonimi sono: singolare, peculiare, ardito, bizzarria, estro, anomalia, atipicità, genuinità, novità.
Si può decretare l’originalità di un opera?
L’autore subisce plagi involontari e la cultura subcosciente: gli occhi umani non trasmettono tutte le informazioni visive alla sezione memoria del cervello, ma hanno pur sempre visto e in qualche modo ‘fotografato’ una serie tendenzialmente infinita e indefinita di immagini nel corso della vita. Basti pensare all’effetto che può avere su di un avventore la visita di un Museo: il suo cervello memorizza una serie definita di selezionate informazioni visive e didascaliche, mentre i suoi occhi hanno visionato decine e decine di opere.
L’autore come fa a garantire di avere creato un soggetto quando può averlo visto anni prima ad esempio in un Museo?
L’Onestà intellettuale potrebbe non bastare rispetto ai reconditi meccanismi del cervello umano.
Il critico e lo storico dell’arte hanno i requisiti per riconoscere la capacità tecnica e il valore di un’opera, ma non sono onniscienti.
Altro discorso è copiare qualcosa di già visto. Il plagio volontario, ossia la conseguenza dell’incapacità di creare anche solo una piccola percentuale di innovazione.
La novità è indice di originalità. Anche solo una novità piccola, solo tecnica o solo inerente alla scelta del soggetto.
Dietro ci deve essere un’idea, un che di inconsueto, fuori dagli schemi e dal già visto, innovativo, con almeno alcuni caratteri di novità, così deve essere un’opera.
L’osservatore viene colpito dal bello o dal brutto, da quello che emoziona, piace o fa riflettere; sovente opera il meccanismo del cervello che ha bisogno di rassicurazione riconoscendo come propria un’immagine, in conformità al ricordo del proprio vissuto. L’idea che deve essere sottesa non per forza deve essere rivoluzionaria, ma l’osservatore deve percepire che l’autore ha avuto un’ispirazione, ha lasciato fluire il proprio pensiero e ha creato una cosa diversa. O almeno ha tentato.
A mio modesto avviso non è nella perfezione tecnica che va necessariamente riconosciuta l’opera d’arte. L’iperrealismo o il figurativo perfetto certo possono essere innegabilmente belli. Ma la fotografia già fa il suo e prima di Lei la Natura medesima occupa il posto numero uno nella bellezza.
Le tecniche si possono apprendere, un buon artigiano ben può realizzare una bella opera a olio ad esempio. Certo non se ne può prescindere.
Il nostro Senatore accademico Prof. Vittorio Sgarbi in più di una circostanza ha dichiarato che è difficile oggi trovare la vera Arte.
Se ci si pensa, tutto è stato fatto, dripping, squarci su tela, materico, istallazioni fantasiose, pezzi del bagno assurti a simboli, casse da morto autoreferenziali….
Ma allora l’Arte è morta? Tutti stiamo continuando inconsapevolmente a copiare?
Forse asserendo dei no si può arrivare a una risposta: ad esempio l’uso del computer o di strumenti antichi e moderni che pongano a rischio l’originalità dell’idea va rifiutato, matrice dell’Effettismo.
Va precisato che non è affatto vero che originalità sia sinonimo di bellezza. L’originalità a tutti i costi risulta non verace.
Per me l’originalità può essere oggettiva o soggettiva, ma l’autore deve apportare una novità, anche lieve, solo tecnica o sulla scelta del soggetto perché ci ha messo l’anima e l’osservatore tecnico o atecnico non può non percepirlo.
E naturalmente non copiare.
A tali condizioni si può discutere se un’opera possa o meno essere definita d’Arte.