Storia d’arte e di amicizia fra Christo, e Giuliano Gori, collezionista e pioniere dell’arte ambientale.

Storia d’arte e di amicizia fra Christo, l’uomo che impacchettava il mondo e Giuliano Gori, collezionista e pioniere dell’arte ambientale.
Francesca Graziano
“Carissimo Christo,
quarantasei anni fa, come oggi a fine maggio, ti stavo aspettando a Celle, la fortuna mi fu davvero propizia perché, a tua insaputa, ero riuscito ad ottenere tramite comuni amici newyorkesi, il filmato della tua ultima grande opera: la Valley Curtain. Eri un po’ sconsolato per non averlo potuto vedere prima della tua venuta in Italia, per cui quando nel corso della cena, a un mio segnale, vedesti calare il sipario con l’inizio della proiezione, fu così grande il tuo entusiasmo che rischiammo di romperci il nodo del collo quando mi piombasti addosso e rotolammo per terra, con piatti e stoviglie frantumati” Giuliano Gori, il collezionista che ha dato vita alla prima e più grande collezione di Land Art in Italia, affida il senso di una complicità e di un’amicizia durata mezzo secolo a questo ricordo tenero e divertito, che coglie in maniera icastica la prorompente, inesausta vitalità di Christo Vladimir Javacheff. Eccoli dunque, immortalati per sempre nell’inedita posa di due ragazzi cresciuti, rotolati per terra e stretti in un abbraccio di gioia, così come appaiono nella Lettera aperta dedicata da Gori all’amico deceduto a New York all’età di 84 anni. Vitalità ed energia non hanno mai abbandonato l’artista bulgaro naturalizzato americano se attendeva con ansia di impacchettare a Parigi l’Arco di Trionfo, sua ultima performance, spostata nell’autunno del 2021 causa pandemia. La Lettera testimonia l’affetto e la gioiosa vitalità di due antichi sodali che, come ricorda ancora Gori nell’emozionato scritto, si rividero per l’ultima volta nel Sud della Francia, alla Fondazione Maeght di St-Paul de Vence in occasione della costruzione dello spettacolare Mastaba nella Corte dedicata a Giacometti. Era il 2016, giusto qualche giorno prima che in Italia sul lago d’Iseo venisse inaugurata l’ultima opera di Christo nel nostro paese, The Floating Piers, una passeggiata sull’acqua simile a un’esperienza sensoriale di significato quasi biblico, una passerella galleggiante larga 16 metri e lunga oltre 3 km ricoperta di tessuto arancione che da Sulzano andava a Monte Isola passando per l’isolotto di San Paolo. Opere effimere, come quasi tutte quelle di Christo, ma, con un nome così importante che riassume la speranza in una vita oltre per 1200 milioni di cristiani, prima o poi l’artista all’immortalità ha pur dovuto pensarci. Il progetto di una vita, (un sogno di immortalità?), Christo lo ha affidato alla forma ispirata al Mastaba, antichissima costruzione mesopotamica dove i viaggiatori si fermavano per riposare. Apolide per necessità, viaggiatore per vocazione, l’artista è stato da sempre un homo viator. Esponente di spicco della Land Art, le sue grandiose performances hanno modificato il paesaggio per un periodo circoscritto, poi sono state distrutte per rimanere di esse soltanto i progetti, i disegni, le fotografie. Piace pensare, nel momento in cui la sua avventura terrena si è conclusa, che la sua anima trasmigrerà, forse, assieme a quella della compagna Jeanne-Claude, nello smisurato Mastaba di Abu Dabhi, unica opera permanente nel suo lungo percorso artistico, per riposarsi, infine, anche lui, dopo il lungo camminare. Il Mastaba che si sta completando nell’oasi di Liwa aspira ad essere la scultura più imponente del mondo, destinata a battere alcuni primati per le sue dimensioni, compresa la Piramide di Cheope, un assemblaggio di 450mila barili di petrolio, alto 150 metri, largo 300, profondo 225, costo 340 milioni di dollari. Giuliano Gori aveva sviluppato con Christo una lunga e affettuosa amicizia che li ha resi partecipi di ogni avventura del loro lungo percorso artistico. Il collezionista toscano (Prato 1930) ha invece realizzato il sogno della sua vita nella celebre Fattoria di Celle, a una manciata di Km da Pistoia, applicazione virtuosa del fortunato matrimonio arte-natura. E’ la primavera del 1970 quando l’allora giovane impresario si trasferisce nel palazzo già abitato nel ‘600 dal Cardinale pistoiese Fabroni. Nelle mani del collezionista tutta la Fattoria si apre ad un nuovo umanesimo: prendono vita le scuderie, la cantina, il laboratorio, il granaio, gli edifici sparsi nella tenuta, la cappella, la casina del tè e un vasto territorio che comprende vigne ed olivi, orti e frutteti. Oggi la storia di questo enorme contenitore d’arte, natura e architettura racconta di una straordinaria simbiosi tra luogo, edificio e collezioni, di un’esaltante avventura resa possibile dalla connivenza dei fondatori, Giuliano Gori e la moglie Pina, con una “famiglia” di pittori e scultori fra i più importanti del ‘900. Una collezione che non smette mai di arricchirsi con nuove opere come la recente Porta sonora della Cappella di Celle realizzata come uno spartito musicale, con l’intera superficie coperta dalle note riprodotte in rilievo di un assolo per violino di 4 minuti e mezzo, composta dall’artista visivo Daniele Lombardi e intitolato “Vergine Madre” in omaggio alla preghiera di San Bernardo alla Vergine nell’ultimo canto del Paradiso di Dante. Un geniale capolavoro di creatività, una porta-scultura- partitura, un congegno sonoro che fa scattare una registrazione del brano musicale ogni volta che le due ante della porta della Cappella vengono spinte verso l’interno. Autore di opere ed eventi multimediali, capace di spaziare dalla musica alla realtà virtuale, dalla scultura alle opere grafiche, Lombardi a Celle aveva già portato nel ‘92 la sua “Ora Alata” e l’opera temporanea “Musica Virtuale 22”, venticinque metri di lunghezza catturati da uno specchio prismatico che invitava a tradurre energia visiva in fantasie musicali. Fra le altre nuove opere permanenti “Echo” di Hera Buyuktasçiyan, pluripremiata artista armena che ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2017. Con Giuliano Gori e la sua famiglia Christo, l’uomo che con le sue folli installazioni voleva ridisegnare il mondo, ha avuto una lunga ed affettuosa frequentazione durata più di mezzo secolo. Nato a Gabrovo il 13 giugno 1935, l’artista si allontana presto dal suo paese per recarsi a Praga e da qui in Austria, prima di raggiungere Parigi. Qui nel 1958 incontra Jeanne-Claude Donat-de Guillebon (Casablanca 13 giugno 1935, “uniti per disegno del destino”, i due artisti sono nati lo stesso giorno dello stesso anno), che gli commissiona un ritratto della madre. I due si mettono insieme, emigrano negli Stati Uniti dove cominciano a realizzare progetti di ampio respiro intervenendo in maniera diretta quanto effimera su edifici, monumenti, paesaggi tramite i famosi impacchettamenti. Trascendendo i tradizionali confini tra pittura, scultura e architettura, i due artisti mutano le prospettive dei paesaggi e delle città oggetto delle loro performances attraverso percorsi che si dipanano in un affascinante intreccio tra vita e arte, passato e presente, emozione, creatività. … Dopo la scomparsa della moglie, con cui ha sempre appassionatamente condiviso vita ed arte, Christo ha continuato ad elaborare sensazionali progetti come la copertura dell’Arkansas River in Colorado e il Mastaba nel deserto degli Emirati Arabi.