Ivan Caccavale per la pittrice DIDIF

04/09/2019
Ivan Caccavale per la pittrice DIDIF

Recensione di Ivan Caccavale per la pittrice Daniela Delle Fratte

Il repertorio artistico di Daniela Delle Fratte spicca per il valore tecnico-esecutivo e per il leitmotiv della sua produzione, il paesaggio, protagonista delle sue tele con tutto il sostrato ideologico che vi è alla base.

La scelta di questo tipo di soggetto, fortemente sentita e voluta, tira in ballo talune disquisizioni accademiche del XIX sec. sulla distinzione tra mera registrazione della natura e ideali77a7ione essenziale alla grande arte, due scuole di pensiero cui fanno capo due tipi di v-11;77i: l’ébauche e 1’ètude. Se il primo è da ritenersi una registrazione della fantasia dell’artista, il secondo è invece una riproduzione, su mezzo artistico, della realtà.

Didif, questo il nome d’arte del maestro romano contemporaneo, nei suoi lavori rifugge il dato contingente, imperfetto, a favore di un ideale immaginato, non relegandolo, però, al bozzetto, ma facendo di esso il motivo cardine della sua produzione.

Andando a ritroso nella storia dell’arte, si può notare come l’elemento paesaggistico sia spesso stato bistratto o non giustamente considerato. Destinato a fare da cornice a scene storiche o a ritratti aulici, è solo nel XVII secolo che raggiunge piena autonomia e autorevolezza, quando emerge nella gerarchia dei generi pittorici, svincolandosi dalla funzione accessoria cui era relegato.

Non si può non citare, a tal proposito, il paesaggio eroico del “Raffaello francese”, Nicolas Poussin: esso rifugge il dato naturale a favore dell’idea, si materializza sulla base di impressioni letterarie, virgiliane e ovidiane, che ritengono il paesaggio agreste una fonte di pace e serenità, mezzo di sublimazioni di traviamenti e malinconie, in cui svaniscono le contraddizioni e le tensioni della quotidianità.

Nel Settecento si ha un’inversione di rotta. Dure e sprezzanti sono le parole dell’abate Dubos, che così sentenzia: «Il paesaggio più bello, sia pure di Tiziano, o di Carracci, non ha per noi maggiore interesse di una semplice distesa di campagna, che può essere sgradevole oppure piacevole. Dipinti del genere non contengono nulla che, per così dire, ci parli; e giacché non suscitano in noi emozione alcuna, non li troviamo particolarmente interessanti».

Nel XIX secolo, invece, la pittura paesistica conosce un notevole sviluppo, supportata dalla teoria che il paesaggio abbia valore in sé: perché opera di una mano divina (da cui dipende anche la sua bellezza, associazione che chiama in causa concezioni neoplatoniche) e perché luogo destinato ad accogliere l’uomo, nei confronti del quale non è legato da alcuna dipendenza.

Sul solco di Poussin e della riconsiderazione ottocentesca, il repertorio di Daniela Delle Fratte mi sembra una sintesi di valori morali e paesistici. La natura raffigurata è reale e ideale al contempo: nell’orchestrazione di elementi realistici subentra l’intervento della sua immaginazione, del suo bagaglio sentimentale ed emotivo. I suoi lavori, slegati dalla soggezione a riferimenti storici, risultano atemporali, fruibili per le loro intrinseche qualità.

Stilisticamente, “Il tempio dell’anima”, un acrilico su tela, rivela un’orchestrazione interessante ed equilibrata: la sezione sinistra dell’opera, che rappresenta una folta vegetazione, è resa tramite una pennellata talmente fluida e disinvolta, che la flora dipinta somiglia piuttosto ad onde marine; tale scioltezza di movimento, encomiabile, contrasta con la raffigurazione, nella sezione destra, delle alture, acuminate e solide.