RA’ANAN LEVY UN’ARTISTA ALLO SPECCHIO

Ra’anan Levy un artista allo specchio

Francesca Graziano

Sono un disegnatore, la mia pittura è prima di tutto una domanda (… ) essa dà una cornice alla domanda che mi abita”. E sono davvero tante le domande che si fa il visitatore dinanzi al singolare labirinto visivo dell’artista franco israeliano Ra’anan Levy, le cui opere più recenti sono in mostra alla Fondazione Maeght di Saint-Paul de Vence.  Levy è nato a Tel Aviv nel 1954, vive a Parigi e da qualche anno ha realizzato il sogno di tornare in Italia, a Roma e a Firenze, patria di Michelangelo “il genio assoluto e inimitabile”. A Firenze ha studiato all’Accademia di Belle Arti e vi è rimasto sette anni, “perché qui ogni finestra, ogni angolo è intriso di una forza, di una potenza michelangiolesca”. Molteplici e appassionanti i temi che attraversano la sua arte (è pittore e grafico di medesima intensità espressiva) : lo specchio, il vuoto, il pieno, il colore che fuoriesce dai barattoli rovesciati sui tavoli dei suoi ateliers, la linea, lo spazio, il segno molto personale di una prospettiva sghemba che contribuisce ad accentuare il mistero e l’ambiguità che avvolgono come materia organica le sue opere. Il titolo della mostra “L’epreuve du miroir” focalizza l’attenzione sul tema dello specchio. Apre la mostra l’emblematica tela del 2012 Unknown, autoritratto dell’artista a 4 riflessi, che sembra illustrare l’impossibilità di conoscersi attraverso l’osservazione della sola apparenza fisica. Nel tentativo di mettere assieme i pezzi della propria storia di vita collegandoli in una rete di senso, l’artista mette in scena se stesso in una specie di frontiera fluttuante per conoscere, decentrandosi, ciò che è dentro e che non sarebbe così com’è se non ci fosse quel particolare fuori. Del resto già Socrate e Seneca raccomandavano lo specchio come strumento per conoscere se stessi. Una conoscenza al quadrato tenta dunque Ra’anan Levy attraverso l’autoritratto allo specchio, ponendosi sulla linea di illustri predecessori in campo artistico da Van Gogh, a Munch, Schiele, Picasso, senza dimenticare le implicazioni profonde del rapporto con la propria immagine allo specchio in ambito letterario, da Kafka a Pirandello a Kundera… Geroglifico della verità o della falsità? Nella sconcertante ambiguità dello specchio, nelle sue molteplici implicazioni a livello simbolico, psicanalitico, metaforico, ci si può anche perdere, perché niente è certo nel mondo dello specchio : esso può rivelarsi heimlich, rimandandoci l’immagine che ci aspettiamo, ma anche unheimlich, per usare la categoria freudiana del perturbante, quando ci rimanda un’immagine di noi stessi diversa, disturbante, non familiare. Levy gioca con la percezione visiva quasi a ricordarci e a farci riflettere che la realtà è ben più complessa di quella che vediamo. Ecco allora la serie degli Interni di case apparentemente inabitate dove l’atmosfera di solitudine e di mistero sembra apparentarla al lavoro di Edward Hopper. Una dinamica strana, inquietante avvolge gli spazi multipli, divisi, destrutturati, le linee oblique delineano più che ambienti fisici, spazi mentali, profondità esistenziali. Sul tutto sembra incombere l’ambiguità assoluta dell’eterna domanda “che cos’è la pittura?”, una domanda dalle risposte infinite come gli abissi in cui ci fanno precipitare le sue labirintiche “stanze” fatte di porte aperte, divelte, corrose dal tempo, i vuoti che in alcuni quadri divengono pieni in maniera quasi ossessiva di barattoli aperti, di caotici cumuli di libri sparsi sui pavimenti di biblioteche distrutte. Quasi fossero misteriosi, enigmatici precipizi della psiche, i corridoi dei suoi vuoti appartamenti  attraversati da correnti d’aria non portano da nessuna parte se non in qualche invisibile baratro, sembrano quasi “inghiottire” il visitatore, per cui non sappiamo più chi guarda chi, in una scissione, in una sconnessione di piani che destabilizza. In queste stanze dalle porte sconnesse, divelte, specchi rotti, opachi, riflettono trasparenze, vibrazioni di luce, concorrono a un’impressione di vertigine, di squilibrio, la visione diviene flou come in uno Studio di Bacon.. Non abbiamo più qui a che fare,  o almeno non solo,  con i conflitti pulsionali irrisolti, ma con la capacità di rappresentare ciò che si mostra nella fuga del tempo, nelle apparenze della vita che si disfa, dove l’angoscia che ne deriva porta però in sé una qualche possibilità di riscatto, di redenzione attraverso l’arte. Nell’ottica di una prospettiva trasversale,  aperta,  di una personalità disposta al travaglio e all’avventura del senso, un’ottica che paradossalmente permette di prendere parte alle cose, sembra che l’artista   trovi   nei territori dell’arte il suo precario rifugio, una nuova dimensione pacificante, presente e tuttavia mai completamente  posseduta. In questo incontro con il lavoro dell’artista siamo invitati a scendere nel luogo dove l’opera d’arte  riesce a fondere  il vuoto e il pieno, la presenza e l’assenza in una  catturante dialettica, che costituisce uno degli aspetti più profondi ed affascinanti della pittura di Levy. Così che inoltrarsi in questa labirintica  “epreuve du miroir” è un po’ come fare un’inquietante passeggiata in uno spazio-tempo simbolico quanto basta per stimolare riflessioni su pulsioni, desideri, deserti spirituali, dove il pieno si muta in vuoto e nel suo contrario, in una foresta di simboli, fra sogni, fantasmi, illusioni, dove realtà e allucinazione perdono i loro tradizionali confini. L’osservatore è chiamato a qualcosa di inatteso, spiazzante, enigmatico, invitato  a una  sempre rinnovata curiosità,  a farsi  ulteriori domande. La pista di questa indagine sul mondo e sui comportamenti umani tende però  a riportarci tutti con i piedi per terra, alla nostra finitezza, al senso del limite che, osservati con uno sguardo diverso, si rivelano  largamente inesplorati, densi di ulteriori possibilità. In questa mai finita ricerca l’artista mette in scena la linea, il disegno, la  tecnica e la potenza del gesto, la prospettiva, la forza dirompente di una ricca tavolozza che varia dalle più tenui trasparenze ai colori neutri, all’esplosione abbacinante di colori puri che si rovesciano come un fiume in piena dai barattoli lasciati intenzionalmente aperti, e la domanda, sempre presente nel lavoro di Levy, sul senso e il fine della pittura.  Fino all’8 marzo 2020.. Fondation Maeght 623 Chemin des Gardettes  Saint-Paul-de-VenceInfo@fondation-maeght.com