Festival di Cannes, la critica di alcuni film

Locandina Festival di Cannes

Mai come quest’anno grandi autori e giovani esordienti hanno fatto a gara nel proporre film di senso e di passione molto apprezzati da critica e pubblico.
Ecco una piccola selezione di film che hanno sedotto la critica e il pubblico della 72esima edizione del Festival del Cinema

Parassita del coreano Bong Joon-Ho Palma d’oro 2019

Francesca Graziano

Elegante e scabroso  nel contempo, il film a cui è stato attribuito il massimo premio  è una tragi-commedia sociale che vira alla farsa macabra, parla di povertà e di  disperazione,  i protagonisti sono furbi e intraprendenti, ma immessi in un sistema che non ha pietà per gli ultimi.  Si raccontano diseguaglianze sociali e affinità umane, una guerra tra poveri che risulterà fatale per tutti, dove non si salvano neppure   i ricchi privilegiati.   I Parassiti sono i membri di una famiglia  costretta ad arrangiarsi, padre, madre e i due  giovani figli vivono in un seminterrato, si agganciano ai wifi dei vicini,  cercano di sbarcare il lunario facendo lavoretti precari sottopagati fino a  quando non riescono a intrufolarsi attraverso finte identità nella ricca famiglia dei Park :  il figlio Ki-woo  come  insegnante di inglese,  la sorella come esperta di arte terapia,  i genitori diventano l’uno autista e l’altra governante nella ricca casa, dando così il via a una serie di bugie e inganni che  condurrà a svolte tragiche e sorprendenti. I miserabili di Bong Joon-Ho sono  pronti a scannarsi con gli altri poveri per uscire dalla loro miserabile condizione, niente a che vedere  con quelli solidali di Ken Loach : hanno tutti difetti, non hanno scrupoli, mangiano e bevono come porci,  sentono di rancido. I ricchi al contrario sono belli, vivono in una grande casa firmata da un famoso architetto e sono gentili con  il personale.  Parasite è  un film sulla frattura sociale, sulla  lotta di classe, sulla precarietà, dove ciò che  colpisce  in particolare è la struttura intelligente del  racconto, in cui si parla di un mondo tagliato da un invisibile contratto sociale. Opera solida, coesa dall’inizio alla fine, visivamente ricercata, il film di Bong Joon-Ho è sempre al servizio del tema che sceglie di mettere in scena con amara consapevolezza, spaziando tra commedia, dramma e thriller. C’è  una cura e ricercatezza nella messa in scena  per composizione e costruzione con immagini di grande impatto,  dove le sequenze sono sempre perfettamente integrate nel contesto  della storia.

Lo choc del Festival: Liberté di Albert Serra

Francesca Graziano

Premio speciale della Giuria per la sezione  parallela Un Certain Regard Liberté è il settimo  film di Albert Serra.  Ambientato in epoca illuministica, siamo nel 1774, pochi anni prima  della Rivoluzione francese, il film si apre narrando di Robert Francois Damiens che fallì l’attentato a  Luigi XV nel 1757 e venne condannato a morte sulla pubblica piazza mediante squartamento. Allora protestò per la barbara esecuzione solo qualche filosofo illuminista. Il duca di Tesis e il Duca di Wand, inveterati libertini espulsi  dalla corte di Luigi XVI si rifugiano in Germania dove chiedono il sostegno del vecchio duca di Walchen, seduttore e libero pensatore tedesco, con l’intento di trovare un luogo sicuro dove proseguire con i loro giochi di seduzione al di là di ogni morale precostituita. Il desiderio di trasgredire l’ordine morale, di umiliare, di sovvertire o di essere crudele, avvertiti come naturali nel  perverso, costituiscono infatti l’unico immaginario sessuale possibile che permette il raggiungimento del piacere.  Il film racconta  una notte nella selva oscura del desiderio  e della perversione, Eros e thanatos ad andamento lento, che il regista catalano esplora con sentimento raro e perturbante, filmando il tutto  in modo rigoroso, quasi asettico. Pervaso di una crudeltà sofisticata, il desiderio che si persegue in questa foresta oscura, attraversata da qualche raro  sprazzo di luce, non è affatto un paradiso : il regista procede per sottrazione nel raccontare un’orgia notturna sadica e disperata, un viaggio al termine della notte tra flagellazioni, masochismi e sopraffazione dell’altro,  liquami di varia natura sparsi su corpi desiderosi non solo di un’impossibile soddisfazione erotica, ma anche e soprattutto di una deliberata dimostrazione di rottura con la legge degli uomini. Una volta abbandonata “l’impostura” della legge degli uomini, rimane per il libertino il senza legge del godimento perverso. Questa legge, che dovrebbe oltrepassare la legge degli uomini,  potrebbe essere, ma si rivela un’utopia, solo la legge della natura, quella che Sade concepisce come una sorta di armonia invertita e che Pasolini sintetizza in Salò nella frase “L’eccesso è bene”. Attraversato da una mortifera pulsione scopica, il film racconta la sconfitta del corpo desiderante, del desiderio stesso e infine del libertinismo. Ostico e affascinante nel contempo, questo viaggio nella trasgressione   viene dopo  La Morte di Louis XIV,  il  film di Serra   presentato a Cannes nel 2016 tra le proiezioni speciali.

The Dead Don’t Die, I morti non muoiono: il divertente horror di Jim Jarmusch

Francesca Graziano

Apertura  provocatoria, fuori dai soliti schemi  per Cannes 2019, che con il cinema di Jim Jarmusch ha una stretta relazione. Il regista americano ha infatti  esordito a Cannes nel 1984 con Stranger than Paradise vincendo la Camera d’oro, il suo ultimo film Paterson, protagonista Adam Driver  è stato presentato con grande successo in concorso due anni fa. Nel 2013 è stata la volta di  Solo gli amanti sopravvivono, protagonisti i vampiri Tilda Swinton e Tom Hiddleston. Nel 2017 Jarmusch aveva portato a Cannes anche il suo documentario Gimme Shelter dedicato agli Stooges e al musicista e amico Iggy Pop che nell’ultimo film interpreta un voracissimo zombie alla ricerca di un caffé.   Grido d’allarme per l’azione dell’uomo nei confronti del pianeta e atto d’accusa verso la società materialista, il film  gioca con molto humour sul contrasto fra la piatta vita tranquilla di un villaggio dell’America profonda e lo sconvolgente evento da fine del mondo dei morti viventi che escono dalle loro tombe per nutrirsi della carne dei vivi. Nella serenità della cittadina immaginaria di Centerville, “a very nice place”  dove tutti si conoscono da quando sono bambini improvvisamente succede qualcosa di molto strano : la luna è onnipresente nel cielo, la luce del giorno si manifesta a orari imprevedibili, gli animali domestici diventano feroci e nessuno sa spiegare perché, anche se molti pensano che sia colpa del fracking, la perforazione del terreno per estrarre petrolio che ha creato uno spostamento dell’asse terrestre.  Indaga sullo strano fenomeno la polizia locale, una piccola squadra formata da Murray, Driver e la poliziotta interpretata da Chloë Sevigny, un ruolo fondamentale ce l’avrà la misteriosa Zelda, (Tilda Swinton), una becchina scozzese con tanto di katana che sarà la vera deus ex machina del film, un altro grande amico di Jarmusch, il musicista Tom Waits interpreta il ruolo di un eremita che vaga nel bosco, Steve Buscemi è invece un  fattore destrorso dalle posizioni politiche scritte sul cappellino “Make America white again”. Con Tom Waits, Bill Murray, Iggy Pop, Adam Drive, Tilda Swinton. Il film sarà nelle sale italiane dal 13 giugno.

La mafia secondo Bellocchio: Il Traditore

Francesca Graziano

Salutato  da 13 minuti di applausi alla proiezione ufficiale  del Festival,  Il Traditore è un film, unico italiano in concorso,  che , malgrado non sia stato gratificato da alcun premio maggiore, si prevede  avrà molto successo nelle sale internazionali. Un grande affresco su  vent’anni di mafia raccontati attraverso la lente di Tommaso Buscetta  detto il  “boss dei due mondi ”, (a Rio de Janeiro si faceva chiamare Roberto Felici), storia di famiglie, naturali e mafiose,  di tradimenti, di padri e di figli massacrati .  “Il protagonista è un traditore, ha fatto una scelta molto dolorosa, ma il suo è anche un rifiuto  nei confronti di un certo tipo di mafia–  ha sottolineato   Marco Bellocchio   in conferenza stampa,  ammettendo di essere stato affascinato  dal personaggio e pur cercando di nulla concedere all’empatia  nei confronti di un individuo che rimane comunque un criminale. Ed in questo consiste anche la tragedia e la complessità  del personaggio, amante della bella vita , lontano dall’ipocrito moralismo mafioso, perfino nella lingua che usa, un misto  di siciliano, portoghese, italiano, sembra ci sia il desiderio di marcare una differenza tra sé e gli altri criminali. Anche nel  tradimento dell’organizzazione a cui appartiene appare del resto molto più complesso dal punto di vista psicologico degli altri collaboratori di giustizia, come  Totuccio Contorno ad esempio, interpretato da Luigi Lo Cascio, un pentito che resta tutto interno alla logica della vendetta mafiosa. Le categorie del tradimento e della famiglia, indissolubilmente connesse, ricapitolano l’ identità mafiosa e il significato della storia raccontata da Bellocchio, che si muove continuamente su  due registri: da una parte c’è la ricostruzione puntuale e accurata di vent’anni di storia mafiosa, si parte, è il 1980, dalla guerra tra Stefano Bontate e Totò Riina, passando per il maxiprocesso e giungendo fino al processo Andreotti e alla morte di Buscetta nel 2000 , dall’altra il regista scava dentro quella tragica vicenda individuale e collettiva  trovando una chiave che gli consente di riportare il racconto sul terreno della sua poetica attraverso il tema centrale della famiglia, caratteristico del suo cinema.  Pierfrancesco Favino   restituisce  magnificamente,  attraverso un accurato lavoro di scavo e attenzione ai minimi dettagli, ( la fisicità ad esempio  o l’eleganza più finta che vera di Buscetta), tutta la complessità di un uomo controverso, contraddittorio,, sempre in fuga  anche da se stesso, feroce e calcolatore certo, ma anche , coraggioso e  leale, con una dignità  che gli permette di nascondere il tormento legato ai sensi di colpa e alle scelte sbagliate della sua vita . Attraverso il dramma del più famoso pentito di Cosa nostra Bellocchio entra nelle pieghe di una mafia che ha abbandonato le attività tradizionali, gioco e prostituzione, per  lanciarsi nel traffico della droga, con uno sguardo nuovo, lontano dalle convenzioni di genere.

La rabbia delle periferie: I Miserabili  di Lady Li

Francesca Graziano

A due film è  andato il Premio della giuria consegnato da Michael Moore, che ha ricordato come “l’arte in periodi cupi  ha aiutato a non perdere la speranza“. Il riconoscimento ex aequo è andato al francese Les Misérables e al brasiliano Bacurau, un film firmato da Kleber Mendonca  e Juliano Dornelles.  Les Misérables è l’ opera prima del regista Ladj Ly, classe 1980, francese di origine  africana, un figlio delle periferie estreme di Parigi, che fin dalle sommosse del 2005 documenta, cinepresa alla mano, le contraddizioni esplosive del suo quartiere ‘africano’ Clichy-Montfermeil.

È un autodidatta cresciuto nel collettivo di cinema Kourtrajmé fondato nel 1994, tra gli altri, dal figlio di Costa-Gavras, Romain. Qui la banlieue parigina, vera polveriera pronta ad esplodere,  è raccontata attraverso gli occhi di tre poliziotti di una brigata anti crimine di Montfermeil, dove Victor Hugo ha scritto il suo celebre romanzo, una giornata con loro attraverso le tensioni  che si scatenano quando un ragazzino del quartiere ruba un cucciolo di leone a un circo di gitani e a un poliziotto parte un colpo che lo sfigura. Evitando manicheismi ed archetipi  nel film si racconta  con stile nervoso ed un’eccellente direzione degli attori  un’escalation di tensione e rabbia che si trasforma in violenza, (il ragazzino alla fine impugna una molotov), un corto circuito in cui tutti sono vittime. E spesso  la spirale della violenza si innesca su piccole cose, non sui controlli arbitrari e neppure sugli abusi accettati come normalità.. Del resto “anche i poliziotti vivono la miseria – dice il regista – i più non hanno studiato, hanno salari di fame e vivono, malvisti, nei nostri stessi quartieri”.Il problema sta altrove, nella rimozione politica e sociale delle periferie come terra di nessuno, un problema che parla   di tutte le periferie del mondo. Valgono ancora, più di 150 anni dopo, le considerazioni di Hugo, molto citato in questa edizione, sugli strati più poveri della società : “Non esistono erbe cattive o uomini cattivi, esistono solo cattivi  coltivatori“. Il regista ha dedicato il premio a tutti “i miserabili di Francia“.

Emozione e nostalgia:  “I migliori anni di una  vita” di Claude Lelouche

Francesca Graziano

Un uomo e una donna cinquant’anni dopo. Lui, Jean-Luis Duroc, corridore e tombeur des femmes,  Lei, Anne Gauthier, sceneggiatrice bloccata dalla perfezione di un amore così perfetto da far paura. Claude Lelouch è tornato   sulla spiaggia di Deuville in compagnia dei suoi attori preferiti Jean-Luis Trintignant e Anouk Aimée, la coppia di Un uomo, una donna, prototipo di tutti i film romantici, che nel 1966 vinse la Palma d’oro. “ Avevo paura di fare il film di troppo, ma   la miglior sceneggiatrice è la vita ed amo le persone che si cercano–  ha detto   Lelouch in conferenza stampa.  Alla Montée de marche, dove Trintignant, 88 anni, che aveva giurato di non tornare più sullo schermo,  attendeva Aimée, anni 86 , il regista e il resto del cast mentre risuonavano le note del tema di Francis Lai per la prima di Les plus belles années d’une vie, si è consumato uno di quei momenti che solo  il Festival di Cannes riesce a non far precipitare nel melenso tenendolo piuttosto sul registro   dell’ emozione e della nostalgia . Non è un sequel  ha sottolineato  Lelouch – può essere visto anche da chi non conosce l’altro. Parla delle tracce che lasciamo nella vita degli altri, è un film solare, positivo. Conferma l’opinione di Hugo, gli anni più belli sono quelli non ancora vissuti. Il presente è più forte del passato “. L’idea, racconta il regista , gli è venuta durante un omaggio per i 50 anni della pellicola vedendo insieme i due attori. Lo sfondo è la casa di riposo dove Jean-Luis è ricoverato, segnato da una memoria intermittente da cui emerge  in modo chiaro solo l’immagine di lei. Il figlio di lui , Antoine Sire, stesso attore che lo interpretava, bambino, nel 1966 insieme all’altra bimba, Souad Amidou anche lei nel cast, chiede di andarlo a trovare. Lelouch ha aggiunto nel nuovo film presentato fuori concorso, una parte tutta per Monica Bellucci che ambiva di recitare accanto a Trintignant, quella di una figlia nata due anni dopo le vicende di Un uomo, una donna, avuta  da una ragazza italiana che gli consegnò il trofeo al Gran Premio di Monza.