Ariodante transgender per Cecilia Bartoli

Ariodante transgender per Cecilia Bartoli

Francesca Graziano

Definita l’artista classica che vende più dischi al mondo, Cecilia Bartoli, la mezzosoprano italiana che incarna lo strabiliante virtuosismo della voce barocca e belcantistica,  arriva in Principato sull’onda del successo dell’opera di Haendel, Ariodante. L’avevamo ascoltata  quando ha presentato il  suo  CD “Mission”  con cui  riportava in auge il ritratto  di Agostino Steffani (1654-1728), compositore veneto  apprezzato da Handel, Schumann, E.T.A. Hoffmann.  La  Bartoli del resto  non è nuova a simili imprese :  nel panorama della lirica contemporanea si è  ritagliata  una brillantissima carriera trasformando recital e dischi di arie d’opera in progetti tematici che hanno sempre venduto centinaia di migliaia di copie.  A capo de Les Musiciens du Prince,  complesso formato da strumenti originali del quale la Bartoli è ideatrice e direttrice artistica in collaborazione con l’Opéra di Montecarlo e con il sostegno del Principe Alberto e della Principessa Carolina, eccola protagonista  nell’esecuzione dell’Ariodante, dramma in musica in tre atti,  per 4  applauditissime recite  in Salle Garnier. ll libretto della Ginevra, principessa di Scozia fu scritto da Antonio Salvi per la raffinata corte del principe Ferdinando de’ Medici (1708) : musica celebrata ma perduta di Giacomo Antonio Perti, che riprende la materia dei canti IV-VI dell’Orlando Furioso, soggetto ariostesco  trattato con libertà,  fu posto in musica da Georg Friedrich Häendel per il teatro del  Covent Garden  di Londra (8 gennaio 1735).  Il fosco intrigo è concentrato sull’inganno tessuto da Polinesso, duca di Albany, per impedire il matrimonio tra il principe Ariodante e Ginevra, figlia del re di Scozia ed erede al trono. Mosso dalla gelosia e dall’ambizione, Polinesso non esita a infangare l’onore di Ginevra : fingendo di ricambiare l’amore di Dalinda, dama di compagnia della principessa, la convince ad apparire con gli abiti di Ginevra e a farlo entrare nei suoi appartamenti. Dalinda fa quanto richiesto dal duca; Ariodante, avvisato da Polinesso, assiste all’incontro notturno e di fronte all’evidenza fugge disperato, solo l’intervento del fratello Lurcanio gli impedisce di togliersi la vita. L’indomani il re viene a sapere dal consigliere Odoardo che Ariodante si è gettato in mare ed è annegato. Ginevra è sconvolta, Lurcanio l’accusa di aver provocato la morte di Ariodante con la sua infedeltà ed è pronto a difendere le proprie affermazioni con la spada. Ariodante però non è morto ma si nasconde in un bosco, salva Dalinda dai sicari di Polinesso venendo così a conoscenza dell’inganno ordito contro di lui. Nel palazzo reale, nonostante il rifiuto di Ginevra, Polinesso sfida Lurcanio per difendere l’onore della principessa e viene ferito mortalmente. Sopraggiunge un altro cavaliere con la visiera calata, è Ariodante, che rivela la sua identità. Odoardo annuncia che Polinesso è spirato dopo aver confessato l’ inganno; il re porta la notizia a Ginevra, Dalinda e Lurcanio si riconciliano e nella scena finale viene festeggiato il trionfo dell’amore sull’inganno. L’opera, che è stata il titolo di punta del Festival di Pentecoste di Salisburgo, diviene in alcuni memorabili momenti un’esibizione di straordinario virtuosismo come quando Cecilia Bartoli simula i postumi di una sbornia o si accende con gusto un enorme sigaro. Tutta l’opera si gioca sul filo rosso della bisessualità costituzionale psichica, per cui ognuno di noi rappresenta una gradazione del maschile e del femminile. Vivendosi come genere fluido, Cecilia Bartoli incarna dunque un Ariodante di profonda complessità psichica soffermandosi, soprattutto nel secondo atto, sul nodo della elaborazione del lutto quando si accorge di aver perso Ginevra, l’oggetto d’amore, arie di lamento per l’amore tradito,  di furia e di vendetta,  aspetti legati alla sofferenza, alla distruttività, alla violenza che troveranno poi, quando le vicende saranno chiarite, la loro evoluzione nella riparazione e nel trionfo dell’amore. L’identificazione con l’oggetto perduto è totale quando Ariodante  si infila  nel vestito dell’amata gettato  con calcolata crudeltà dal perfido  Polinesso,  vestito che diviene per via regressiva  il sostituto del  legame oggettuale libidico che crede  perduto per sempre  e si vede Ariodante raccoglierlo, cingersene, iniziare un’ossessionata immedesimazione in Ginevra, fino a perdere armatura, baffi e barba  per  ripresentarsi  all’amata trasfigurato in un corpo ormai tutto al  femminile.  Alla fine dell’atto II Ginevra, distrutta dalla notizia del suicidio dell’amato e dall’accusa d’impudicizia, cade  a terra tramortita; spettacolare a questo punto il balletto dei sogni, un delirio, un’orgia, uno stupro ?  dove  Ariodante  si materializza sulla scena  “Che vidi? Oh dei! Misera me! Non ponno | aver quiete mie pene anche nel sonno”.  Di chi, dunque,  tra Ariodante e Ginevra, erano  i sogni? L’enigmatica androginia, filo rosso di tutta l’opera, è resa esplicita  nei modi e nel vestiario, medievale e contemporaneo, (costumista Ursula Renzenbrink), scenografie di Johannes Leiacker, che gioca tra candide boiserie, fondali dipinti, trompe-l’œil  e  palcoscenico epurato,  il  coreografo Andreas Heise organizza la suite di danze che concludono i tre atti. Gianluca Capuano,  gran  conoscitore dell’opera seria settecentesca, conduce con rigore  ed emozione l’orchestra Les Musiciens du Prince, di cui viene ad essere nominato chef principale. Impegnativa e  coinvolgente la regia di   Christof Loy  per  un’opera musicalmente e teatralmente   complessa intrisa com’è  di un’atmosfera medievale e cavalleresca. Su tutta la  compagnia di canto impera in barba e baffi Cecilia Bartoli come  Ariodante,  che sembra quasi giocare  con la parte  dedicata al soprano castrato Giovanni Carestini, il rivale del grande Farinelli.  Interprete raffinata,  sofisticata,  dalle strepitose acrobazie vocali,  la sua voce  vive di sapienza tecnica e di intelligenza espressiva, le sfumature dinamiche sono incantevoli, l’intonazione interpretativa  sempre variata  passa dalla   brillantezza più disinibita e addirittura  spudorata alla più tenera malinconia. La affianca validamente la giovane soprano americana Kathryn Lewek nella parte di Ginevra e Sandrine Piau come Dalinda.  Bravi il controtenore Christophe Dumaux educato alla scioltezza in scena e alla correttezza del canto e il tenore Norman Reinhardt nella parte di Lurcanio