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CINTHIA DE LUCA

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Cinthia De Luca è una lieta sorpresa nella poesia degli ultimi anni. La sorpresa non sta tanto nella scoperta repentina e recentissima di un talento, giacché dimostrazioni di valore già può vantarsene nel proprio carnet, quanto nella considerazione della giovane età, che l'ha vista competere - e con successo - già da alcuni anni. C'è anche un altro fattore che incuriosisce ed intriga il lettore: la sua capacità di andare a braccetto contemporaneamente con il nume Esculapio e la musa Erato. Mentre frequenta le corsie dell'ospedale, la pensosità, che urge prepotente nel suo animo, cerca e trova pertugi, tal-volta dei "meandri" latori di "luce".

Sorprende anche, nella De Luca, la maturità, la profondità delle costruzioni e perché no? la minuziosa scelta delle parole, come pure il ricorso ad alcune figure retoriche modico e soppesato. I suoi stile-mi, esemplificando, sono contraddistinti dall'essenzialità, dalla rinuncia quasi dichiarata in una sorte di manifesto estetico alle similitudini.

Di "come", insomma, se ne incontrano davvero pochini nelle sue liriche.

L'ago della bussola della mia lettura è prevalentemente la silloge "Infiniti meandri di luce" uscito nella Collana "Orizzonti" - fiore all'occhiello, debbo dire - dell'Editore Aletti nel maggio 2008.

La De Luca è figlia di un periodo critico di un secolo altrettanto critico, che da qualcuno è stato chiamato "breve" e, per quanto più interessa la letteratura - e la poesia in particolare - una definizione pertinente sembra essere quella di "età dell'ansia".

Perché la poesia, orfana della grande ispirazione ermetica ed esaurito il movimento neorealistico, a parte alcuni' sporadici ma indivi­duali tentativi, pare attendere ancora una regola che razionalizzi sia la provvisorietà, sia la confusione. De Luca è dentro questa temperie, la vive e ne è vissuta, la soffre e vuole emergercene. Però va ad incontrarsi: con degli ostacoli granitici che fanno tremare le vene (Dante dice - in una situazione analoga - "...m'avea di paura il cor compunto"): due per tutti: la mercifica­zione della cultura e la dichiarata volontà di vanificare la selettività delle intelligenze.

Ai giovani scrittori si offrono per lo più due opzioni: o ancorarsi - al seguito di un "maestro" - ad una poetica riecheggiante malinconiche reiterazioni e variazioni di "correlati oggettivi" di memoria eliotiana, oppure imboccare il labirinto della irrazionalità rifugiandosi nelle anse rassicuranti della produzione di alcuni "grandi", come già detto, dello scavo interiore sofferto e simbolico (a parte Unga-retti, Sbarbaro, Montale, Quasimodo...).

Cinthia De Luca credo abbia fatto una terza scelta e, quanto meno, non è più nel limbo dell"`ansia", ma "vive" l'era del trapasso, con tutti i suoi rischi ma con la gioia e l'ebbrezza di una sfida.

In questa dimensione mi pare di poter affermare (con il materiale di cui dispongo) che la sua poesia proceda un po' "a ritroso": dall'oggettività (ambienti, cose, persone), ad una forma di coralità, in cui 1'Io" ricerca un "tu" per farsi "altro", fino all'impazienza di convalidare una ricerca - un iter, uno squarcio - dall'immanente al trascendente, dal "vivere" (esistenza) all'eterno, dal "buio" alla "luce", dalla "disperazione" alla "speranza".

Ho volutamente trascritto alcune delle sue espressioni antonimi-che, o più semplicemente contrapposizioni proprio per rafforzare la mia tesi: la poesia è "in transizione", è in fieri. Le contrapposizioni sono solo apparenti, come lo sono i simbolismi, che sono in parte simulacri, in parte allegorie di un'armonia arcaica vagheggiata, "rivissuta" attraverso figure e pagine di vita (terrena), che tenacemen­te la scrittrice evoca e sospinge verso l'approdo della sua ricerca. Ella rivive la misterica vicenda di Parsifal alla ricerca del sacro Graal, simbolo di uno scavo e di un logorio interiore per arrivare ad una purità spirituale senza ritorno.

Ella si mette in giuoco, si interpella ed in tutto ciò vive un "sentimento del tempo" che è pur sempre lineare (è il tempo degli uomini), del quale - tuttavia - soffre l'incompiutezza, la finitezza, e non ancora "circolare" (l'eternità): c'è bisogno di un (gravoso) passo e di introiettare altri valori che di eternità hanno la sostanza, il riflesso ed il sogno.

Una lettura connotativa invera quanto sono venuto ipotizzando fino ad ora. Prende per esempio la lirica L'incanto della solitudine.

Scrive: "Ogni uomo/ è solo/ nel profondo/ della propria esistenza". Sembrerebbe un atteggiamento pessimistico, simbolizzato dalla solitudine. Tuttavia ella prosegue: "ogni uomo/ nasconde/ scintille inespresse/ d'energia...", al pessimismo subito contrappone (è il gioco delle contrapposizioni cui facevo cenno) un raggio di speranza, simbolicamente espresso nelle "scintille di energia". Attraverso i suoi luoghi letterari leggiamo reminiscenze e citazioni, figlie della sua passione per la poesia.

Concludendo, mi pare che luoghi letterari, reminiscenze, parallelismi e contrapposizioni da soli o esemplificati nelle metafore e nei simbolismi subiscano un processo di umanizzazione che, ne sono certo e ne aspetto la conferma, farà operare il definitivo passaggio dall`attesa" alla compiuta realizzazione.

Prof. Aldo JATOSTI -

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PRIGIONIERO (PASSATO)

Una voce
mi chiama
prigioniero mio,
una voce mi chiama
dalle corde profonde
prigioniero dolce
delle brame
virginee
del mio amore...
Dalla tua bocca
nasce primavera
nelle note
purpuree
del vento
del tramonto
prigioniero saldo
dei miei giorni
sconfinati.
 

La tua ombra
prigioniero inerme
amante caldo
si perde
in un sussurro.

 

PURIFICAZIONE

E questo
il Fuoco
che bruciava   
nei miei occhi
come libero
airone
nel suo fruscio
d'ali?

È questa
la pioggia
che lavava
il mio volto
purificando
i miei giorni?

Ho obliato
il madreperlaceo guscio
di conchiglia
rifugio e simulacro
di un peccato
mai sopito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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